Una città sempre più spoglia, privata del suo verde storico. È l’immagine che restituisce oggi Vibo Valentia, dove negli ultimi anni decine di alberi sono stati abbattuti per motivi di sicurezza.

Lungo corso Umberto I, uno dei pochi viali ancora ombreggiati, incontriamo tre anziani. «Spero ci lascino almeno questi alberi», dice uno di loro. Poi volge lo sguardo alla villa comunale e ci mostra i diversi alberi abbattuti. Il parco è rimasto chiuso alcune settimane dopo che un ramo rischiava di spezzarsi. L'albero non c'è più. Poco più avanti c'è un altro tronco tranciato: «Era morto, è vero, ma sembrava una scultura», racconta Gianni mostrando una foto sul cellulare.

Un pino a terra in piazza Salvemini riaccende le polemiche sugli abbattimenti in città. Alessandro Caruso Frezza, presidente di Italia Nostra Vibo Valentia, parla di almeno 34 alberi secolari rimossi negli ultimi mesi e contesta la gestione del verde pubblico.

Lo stesso scenario si ripete in altre zone della città: da Viale Affaccio a viale della Pace, fino a piazza Michael Cuccione, dove durante i lavori di restyling furono abbattuti diversi alberi. Ne restano quattro, salvati dall’intervento degli ambientalisti, mentre alcune delle nuove piantine faticano a crescere e una non ha attecchito.

In piazza Salvemini, dove sono in fase di ultimazione i lavori di riqualificazione, uno dei quattro pini superstiti giace a terra, sradicato. Non è chiaro se sia stato abbattuto dalla ditta o se abbia ceduto alle tempeste degli ultimi giorni.

Proprio sui recenti eventi atmosferici interviene Alessandro Caruso Frezza, presidente della sezione vibonese di Italia Nostra.

«Durante il passaggio degli ultimi cicloni – spiega – nessun albero è caduto né è stato sradicato. L’unico episodio registrato riguarda il pruno rimasto in piazza Salvemini, che si è spezzato a causa del vento. Ma è importante chiarire che non è stato divelto con tutta la zolla: si è rotto il tronco, perché presentava cavità interne. Era quindi una pianta che mostrava già criticità strutturali».

Secondo Caruso Frezza, anche i quattro alberi classificati in categoria C – quindi ritenuti a rischio in caso di vento forte – hanno resistito a raffiche che hanno raggiunto i 140 chilometri orari. «Si è spezzato solo un ramo di uno degli esemplari più piccoli. Se fossero stati davvero in pericolo imminente, come indicato nella perizia, con un vento così intenso sarebbero dovuti cadere. E invece non è successo».

Il presidente contesta inoltre le modalità degli abbattimenti in viale Dante Alighieri: «Di tredici alberi ne restano quattro. L’ordinanza sindacale prevedeva l’abbattimento di soli tre esemplari. Gli altri sono stati tagliati successivamente, senza un’indicazione esplicita».

Stesso discorso per il viale della Pace: «Le mattonelle sollevate non erano il segno di un cedimento recente, ma della naturale crescita delle radici. Un albero inclinato non è per forza pericoloso: spesso è un adattamento al vento».

Il timore, aggiunge, è che prevalga un principio di prudenza assoluta: «Se iniziamo a pensare che ogni albero alto sia un pericolo, finiremo per abbatterli tutti. Eppure le statistiche dimostrano che in Italia le vittime per caduta di alberi sono pochissime rispetto, ad esempio, a quelle causate dagli incidenti stradali. Seguendo la stessa logica dovremmo smettere di usare l’automobile».

Secondo Caruso Frezza, sostituire alberi secolari con nuove piantumazioni non è una soluzione equivalente. «Per riavere lo stesso viale che conoscevamo – afferma – dovranno passare duecento anni. Non lo vedranno i nostri figli, né i nostri nipoti: forse i bisnipoti potranno rivedere il viale come era fino a pochi giorni fa. Mettere alberelli, che peraltro non è detto attecchiscano, non significa ricostituire ciò che è stato perso. Con l’attuale clima andrebbero irrigati e curati per almeno cinque anni. E comunque, per raggiungere la stessa capacità di trasformare anidride carbonica e inquinanti in aria pulita, serviranno almeno cinquant’anni: devono diventare alberi maturi. Un alberello non ha la stessa forza, né la stessa funzione ecologica».

Una perdita che, secondo il presidente di Italia Nostra, si traduce in un impoverimento complessivo del territorio. «A questo si aggiungono gli abbattimenti da parte dei privati. L’amministrazione comunale, inevitabilmente, dà l’esempio. Se ogni albero alto genera paura, se l’unico sentimento che proviamo davanti a un albero è il timore che possa cadere, allora è finita: elimineremo tutto e resteremo senza verde nelle città».

Eppure, osserva, molte città italiane ed europee sono ricche di alberature storiche. «Perché altrove non c’è questa paura? Ovunque si sa che, in caso di vento forte, è prudente non sostare sotto gli alberi o nei parchi. È una regola di buon senso, non un motivo per radere al suolo interi viali».

Caruso Frezza solleva poi interrogativi sulle verifiche tecniche effettuate. «Sono stati monitorati 180 alberi con un incarico importante. Mi auguro sia stato eseguito il pulling test, la prova che simula la forza del vento tramite tiranti e inclinometri per valutare la stabilità della pianta. In passato, su altri alberi destinati all’abbattimento, questo test non risulta sia stato effettuato».

Il principio del pulling test è semplice: si sottopone l’albero a una trazione controllata che riproduce la pressione di un vento molto forte. Se l’inclinazione resta entro limiti di sicurezza e la pianta ritorna nella posizione originaria, significa che può resistere anche a raffiche importanti; se supera determinate soglie, il rischio di caduta aumenta.

«In realtà – osserva – una prova concreta l’hanno già fatta i cicloni che hanno colpito la città. Sotto raffiche violentissime non è caduto nessun albero, neppure quelli poi abbattuti. Questo è un dato oggettivo. Prima di continuare a tagliare, bisognerebbe tenerne conto».

Infine, l’appello all’amministrazione e ai privati: «Non abbiate paura degli alberi solo perché sono alti. Un terreno con alberi ha più valore, ambientale ed economico, di uno spoglio. Il problema non è la cattiveria, ma l’ignoranza: si distrugge ciò di cui non si conosce il valore. E così si perde bellezza, utilità e ricchezza per l’intera comunità».