Maria Chindamo e Ferdinando Punturiero si sono sposati giovanissimi e hanno avuto tre figli. Vivevano a Rosarno. Lei si era laureata in economia e commercio e aveva uno studio da commercialista. Lui era un imprenditore agricolo. Sono morti a un anno di distanza l’uno dall’altra, nessuno dei due per cause naturali. Ferdinando Punturiero, detto Nando, si è suicidato l’8 maggio 2015. Un colpo di pistola esploso sotto la tettoia di uno dei terreni dell’azienda agricola. Maria Chindamo è scomparsa nel nulla il 6 maggio 2016 mentre stava entrando in uno dei terreni di famiglia, a Limbadi, dove aveva appuntamento con l’operaio Alessandro Dimitrov per fare dei trattamenti a una piantagione di kiwi. Di lei sono rimaste l’auto col motore ancora acceso e diverse tracce di sangue.
A questo punto della storia bisogna riavvolgere un po’ il nastro.

I fatti li ha ricostruiti, in Corte d’assise a Catanzaro, Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, con un lungo racconto durato quasi sei ore dipanato seguendo le domande del pm Annamaria Frustaci.

Il processo vede imputato per la scomparsa della donna, con l’accusa di concorso in omicidio, Salvatore Ascone, un allevatore di Limbadi con un terreno limitrofo a quello di Maria Chindamo. Il cancello di Ascone, per intenderci, affacciava su quella dei Chindamo. E anche le telecamere di Ascone affacciavano su quello slargo, teatro dell’orribile fine di Maria. Ma quel giorno non hanno ripreso nulla. Eppure, racconta Vincenzo Chindamo, quelle telecamere non erano passate inosservate a chi, la mattina del 6 maggio 2016, era accorso sul posto a cercare l’imprenditrice. Il racconto dell’accusa dice che Ascone si è fatto complice della morte di Maria Chindamo per poter acquisire i suoi terreni e gestirli, com’era uso fare anche con altri, per conto della cosca Mancuso, della quale era un fedele servitore anche per quanto riguarda gli affari di droga. Ma la morte di Maria Chindamo è anche, sostiene la Dda di Catanzaro, un affare di famiglia. Perché la volontà di quella morte sarebbe stata una richiesta, accordata, dell’ex suocero dell’imprenditrice, Vincenzino Punturiero, classe 1929, padre di Nando, che accusava Maria di essere la causa del suicidio del figlio.

Vincenzo Chindamo spiega che «nel 2015 Maria sente di non amare più Nando e annuncia di volersi separare». Per qualche tempo dorme nella casa di Rosarno, sul divano in una stanza dove Nando custodiva le sue armi da caccia, poi le tensioni esplose dopo l’annuncio della separazione la portano a trasferirsi in casa della madre a Laureana di Borrello. A gettare benzina sul fuoco era anche il suocero. «Maria era nervosa, agitata – racconta il fratello – ed era a conoscenza del fatto che il suocero avvicinava il marito per dirgli di limitare i comportamenti di Maria».

«Ogni volta che Ferdinando parlava col padre stava male. Vincenzino Punturiero denigrava la sua figura di capofamiglia, incapace di tenersi una moglie. Gli diceva “tu non sai tenerti la moglie, Maria te la sta facendo sotto gli occhi”», aggiunge Vincenzo Chindamo il quale ricorda che gli incontri tra Ferdinando Punturiero e il padre venivano spesso mediati dal nipote Vincenzino Paolo, il figlio maggiore di Ferdinando e Maria, il quale tentava di arginare le sofferenze del genitore.

«Io vedevo Nando sempre più dimagrito e debilitato – dice il teste – mi aveva confidato che due cose lo avevano deluso: il rapporto rotto con Maria e le pressioni del padre. Mi diceva che il suo vero padre era stato mio padre al quale era molto legato».

Qualche mese dopo l’annuncio della separazione, Ferdinando Punturiero tenta per la prima volta il suicidio. Manda prima un messaggio alla moglie la quale fa in tempo ad avvertire il fratello che interviene e con un amico convincono Punturiero a desistere. Ma dieci giorni dopo, il 5 maggio 2015, Vincenzo Chindamo viene contattato dal cugino Domenico che lo spinge a verificare che non sia accaduto nulla al cognato. Questa volta, però, Vincenzo Chindamo non arriva in tempo. In una delle proprietà gestite da Ferdinando Punturiero trova i carabinieri e la sorella di lui, Isabella, che «prende a pugni la mia macchina e urla».

La frattura tra Maria e alcuni familiari di Nando diventa «sempre più marcata». Tramite il cugino Domenico Chindamo mandano a dire di non volere Maria ai funerali. Ma Maria non sente ragioni e va comunque in chiesa, accompagnata dal fratello. Il suo nome era stata eliminato dai manifesti mortuari. Si verrà a sapere poi che era un volere dei Punturiero.

Le tensioni familiari non risparmiano i figli di Maria e Ferdinando, tanto che la seconda figlia, subito dopo la scomparsa della madre parla con lo zio. «Le parlai con calma per spiegarle la situazione – ricorda Vincenzo Chindamo – e lei mi chiese: “C’entra qualcosa mio nonno?”».

Il nonno descritto dai nipoti

Ma chi era Vincenzino Punturiero, classe 1929? L’uomo è deceduto ma di lui resta un’intervista sulla scomparsa della nuora alla trasmissione Nemo in cui emerge, dice Vincenzo Chindamo, «la sua subcultura maschilista e patriarcale». Il nipote Vincenzino Paolo – ricorda il teste – gli aveva raccontato che al funerale del padre, il nonno gli aveva presentato un esponente dei Pesce di Rosarno valorizzandolo come un «pezzo da novanta». Ed è sempre Vincenzino Paolo, figlio di Ferdinando e Maria, a raccontare allo zio di aver incontrato, nella casa di Rosarno, un esponente dei Bellocco che era appena uscito di prigione ed era andato a trovare il nonno. Ultimo dato: dopo il suicidio di Ferdinando Punturiero, Vincenzo Chindamo, passando da Rosarno, era andato a trovare il cognato nella cappella dei Punturiero e qui aveva trovato sepolto Domenico Cunsolo, capo bastone di Rosarno, sposato con una sorella di Vincenzino Punturiero. Storie di famiglia, a tratti intime e personali, attraverso le quali la Dda vuole ricostruire il brodo di coltura in cui è avvenuto l’omicidio di Maria Chindamo.