Il capo della Dda di Catanzaro in conferenza stampa ha reso noti i dettagli sull’inchiesta che ha fatto luce su due delitti risalenti al 2012 e sulla guerra di ‘ndrangheta nelle Preserre tra i Loielo e gli Emanuele: «Data dignità al dolore dei genitori»
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
La conferenza stampa dopo gli arresti all'alba
Un’operazione che ricostruisce anni di sangue e riapre ferite mai chiuse. All’alba di oggi i carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia, con il supporto dello Squadrone eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo elicotteri, hanno eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di 15 persone, alcune già detenute, indagate a vario titolo per associazione mafiosa, omicidi, tentati omicidi, estorsioni e reati in materia di armi.
Il provvedimento, emesso dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha interessato diverse province italiane, da Vibo Valentia a Torino, passando per Catanzaro, Cosenza, Sassari, Teramo, Terni e Viterbo.
La guerra tra cosche e il controllo delle Preserre
«Il secondo step investigativo sull’area delle Preserre vibonesi è particolarmente importante perché ha come oggetto una serie di vicende omicidiarie, alcune delle quali tragicamente conosciute a livello nazionale, legate alla guerra di ’ndrangheta per il controllo del territorio tra le ’ndrine Emanuele e Loielo». È questo il quadro tracciato dal procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio nel corso della conferenza stampa tenuta in mattinata. L’ampia attività investigativa, ha spiegato, si è sviluppata su un arco temporale lungo, tra intercettazioni, riscontri e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Secondo quanto ricostruito, il conflitto nasce dal tentativo del gruppo Loielo di riconquistare l’egemonia nell’area delle Preserre vibonesi, dopo che dal 2002 il controllo era passato stabilmente alla ’ndrina Emanuele, a seguito degli omicidi dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo.
«Il gruppo avverso ha tentato di riacquisire il controllo del territorio scatenando una cruenta guerra che ha portato a numerosi fatti di sangue», è stato spiegato, con riferimento anche ad attentati «di una certa pericolosità sociale», come l’autobomba del settembre 2017.
Gli omicidi e il caso Ceravolo
L’indagine ha consentito di ricostruire, nella fase delle indagini preliminari, due vicende centrali: l’omicidio di Antonino Zupo, affiliato agli Emanuele, avvenuto il 22 settembre 2012, e il tentato omicidio di Domenico Tassone del 25 ottobre dello stesso anno. È proprio in quest’ultimo agguato che venne ucciso accidentalmente Filippo Ceravolo, estraneo a contesti criminali.
«Riteniamo di aver fatto un gran passo in avanti, specie con riferimento all’omicidio di una vittima innocente di mafia, Filippo Ceravolo, che ha perso tragicamente la vita la sera del 25 ottobre 2012 e che era assolutamente avulso da qualunque contesto di criminalità organizzata», ha detto Curcio.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’agguato era stato preparato nei minimi dettagli e diretto contro Tassone. Un errore nell’esecuzione, però, portò a colpire il giovane, che si trovava in auto dopo aver accettato un passaggio. «Per un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione è stato attinto il povero Filippo Ceravolo, reo semplicemente di avere preso un passaggio».
Gli indagati per l’omicidio Ceravolo
Le indagini, definite «minuziose e particolarizzate», hanno permesso di ricostruire ruoli e responsabilità sul piano della gravità indiziaria. «È stato come comporre un mosaico, un puzzle in cui tutte le tessere sono state collocate al punto giusto».
Tra i soggetti coinvolti vi sarebbero anche coloro che avrebbero svolto il ruolo di “specchietti”, segnalando il passaggio dell’auto bersaglio con colpi di clacson, e chi avrebbe materialmente aperto il fuoco.
La misura cautelare in carcere ha riguardato, tra gli altri, un presunto componente del gruppo di fuoco. Nello specifico, ha spiegato Curcio, sono tre gli arresti eseguiti per l'omicidio Ceravolo. Il procuratore ha parlato anche di una quarta persona tra gli esecutori materiali e del presunto mandante ma il gip distrettuale di Catanzaro non ha riconosciuto la gravità indiziaria per questi ultimi due.
Estorsioni e armi da guerra
Accanto alle vicende omicidiarie, l’inchiesta ha fatto emergere anche episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
In un caso, un imprenditore sarebbe stato costretto a versare 20mila euro oltre a somme mensili; in un altro, una ditta impegnata in lavori pubblici nel Vibonese sarebbe stata destinataria di una richiesta estorsiva.
Sul fronte delle armi, nel corso delle indagini sono state sequestrate pistole, fucili e anche un Kalashnikov, elemento che conferma la disponibilità di armamenti pesanti da parte dei gruppi coinvolti.
Il valore dell’indagine e il pensiero alle vittime
«Oggi il cielo è plumbeo ma è una gran bella giornata», ha detto Curcio in conferenza stampa. «Possiamo dire di avere contribuito a restituire dignità al dolore di due genitori», con riferimento alla famiglia Ceravolo, dopo anni di attesa.
Un passaggio che si è allargato anche alle altre vittime innocenti di mafia, con un pensiero rivolto a Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori del piccolo Dodò, ucciso a Crotone mentre giocava a calcio nel 2009.
L’indagine, è stato sottolineato, rappresenta solo «un ulteriore segmento» di un lavoro investigativo più ampio che «non è terminato», con un’attenzione che resta alta su un’area considerata ad elevata pericolosità criminale.




